Bio

Quando ho iniziato a scrivere per il web, nel 1998, pochi in Italia avevano il collegamento a internet. E facevo molta fatica a spiegare che lavoro facessi.

Perché da un certo punto in poi ho lavorato da casa.

Forse non avete idea cosa volesse dire negli anni 90 rispondere alla domanda:

– Che lavoro fai?
con:
– Ho un sito internet.

Voleva dire tutto e niente, anche se di fatto scrivevo, fotografavo, impaginavo, facevo seo, etc etc. Oggi mi chiamerei content creator, al tempo… non avevo nemmeno una definizione. Se poi aggiungevo che lavoravo da casa mia, scattava immediata la seconda domanda:

– Ma come guadagni?
– Con la pubblicità – rispondevo aspettandomi il sorrisetto misto a presa in giro che sbucava spesso e volentieri. Dovevo spiegare di pagine viste, impressions, motori di ricerca (quella volta google era appena nato), di agenzie di pubblicità online… capite che non avevo speranza di riuscire a spiegarmi? E il più delle volte liquidavo il tutto con un generico: scrivo.

Anche nei primi anni duemila, quando ormai la bolla di internet era esplosa e molta fuffa se ne era andata lasciando spazio a professionisti un po’ più seri, non andare in ufficio a timbrare il cartellino era sinonimo di disoccupazione o perlomeno di far finta di lavorare. Non esistendo i creativi del web, andare in uno spazio coworking non era contemplato, al massimo si parlava di telelavoro come miraggio molto futuro dei lavoratori dipendenti.

Oggi, se vai in un ufficio tradizionale a lavorare invece che al bar instagrammabile con il tuo laptop, sei decisamente poco interessante. Ed essere poco interessanti in epoca social è un delitto, grave. Questo l’ho capito a mie spese anni dopo, ma ve lo spiego più avanti.

Quando sono passata ai blog, non esistevano i blogger come personaggi e tantomeno gli influencer. Si scriveva per il piacere della scrittura e per avere commenti, tanti commenti. Per creare una community, fare rete e scambiare idee. E in questo modo esprimersi, attraverso il testo e con qualche foto scattata con camere digitali dalla pessima risoluzione. E contemporaneamente imparare molto sul web in tutti i suoi aspetti, anche sulla psicologia degli internauti, sì, li chiamavano così.

La rivoluzione era che si poteva pubblicare ed essere letti senza per forza passare da un direttore di giornale o da una casa editrice che ti permettessero di pubblicare i tuoi scritti.

Quando poi i blog e i siti sono stati surclassati da facebook prima e da tutto quello che è venuto dopo, nessuno si poneva più il problema del perché esserci, era logico che se andavi online dovevi promuovere qualcosa, o un prodotto o te stesso, perché non avevi più alcun guadagno, la pubblicità spettava a chi possedeva la piattaforma, cioè a Mark e i suoi amici della Silicon Valley.

Triste, ma realistico: se investi il tuo tempo sui social, devi guadagnare qualcosa e visto che non si guadagna più con la pubblicità ti metti a promuovere mutande, aspirapolveri o biscotti alla nutella, oppure prodotti cosmetici, come se tutte noi abbiamo in mente solo ed esclusivamente la pelle luminosa e la cellulite (be’, a forza di essere bombardate da ogni dove da tacco 12 e labbra rosse come simbolo dell’emancipazione femminile in effetti ormai è così) mettendo la tua bella faccia in primo piano, possibilmente in posa sexy, però con tanta autoironia.

Ma prima di vendere i suddetti prodotti, devi affermare la tua immagine in tutti i modi, partecipando a tanti eventi sponsorizzati, mostrandoti felice e invidiabile, raccontando tanto di te stesso, molte volte al giorno perché se no gli algoritmi ti dimenticano, mostrando la tua camera da letto e, sigh, talvolta anche quello che ci fai.

Solo dopo aver attirato l’attenzione del pubblico potrai piazzargli la pentola, o la cremina, per cui l’azienda di turno ti paga. Si chiama influmarketing. Che raccontato così appare deprimente a quelli come me un po’ stagionati, ma narrato dagli influencer di successo è il lavoro più bello del mondo.

Ancora oggi provo un senso di profondo disagio quando osservo tra il divertito e lo stupito, questi personaggi che saltellano, sprizzando energia da tutti i pori e sono politicamente molto corretti. Salvo poi riservare al ‘fuori social’ gli insulti e le invidie che spesso sfuggono ai followers adoranti e, credetemi, non sono per niente politically correct, anzi spesso assisto a vero e proprio cyberbullismo. Ma siccome non è bello dirlo, perché il mondo dell’influmarketing deve essere ‘ispirazionale’ (scusatemi tanto ma ogni tanto mi esprimo volgarmente) non lo dirò.

Balzo in avanti al 2010 circa, quando da blogger mi sono accorta della deriva che stava prendendo la faccenda, non mi sono più divertita, perché non ho mai amato vendere nulla, tantomeno me stessa. Venivo invitata a convegni sponsorizzati da aziende, mi regalavano prodotti e poi non ero assolutamente tenuta a parlarne sul mio blog, ma sarebbe stato carino farlo.

Ero ingenua, lo ammetto, ma guardavo con due occhi così le altre blogger, che nel frattempo erano spuntate come funghi, entusiaste di parlare di yogurt, giochi, film per bambini e io mi chiedevo cosa c’entrasse tutto questo con la scrittura, il motivo per cui avevo aperto un blog. ‘E’ la blogosfera, bellezza!’ Mi sono sentita rispondere, e non volendo promuovere nulla sul mio blog, ma solo vendere spazi pubblicitari, nel giro di poco sono diventata ‘poco interessante’ e sono uscita dall’ambiente. Erano gli anni del mommyblogging e nessuna blogger ancora aveva osato mettere i propri figli sui blog, tanto per dire io ho smesso di scrivere di maternità quando i miei figli erano abbastanza grandi per leggere il mio blog, e non avevo mai messo né il mio nome né tantomeno il loro.

contentisqueen - editing & seo copywriter
il mio blog 2007-2012 R.I.P.

Ho passato quindi gli ultimi dieci anni a rimpiangere il buon caro vecchio web, ho frequentato corsi di scrittura creativa che mi hanno disintossicata dal marketing che aveva ormai invaso il web e mi provocava un leggero senso di nausea (ancora oggi lo fa e ormai ha invaso giornalismo, politica…) e ho continuato a scrivere e occuparmi di editoria online e offline. Nel frattempo amazon e il self publishing hanno aperto nuove strade per chi ama la scrittura.

Oggi mi diverto a osservare le influencer mostrare i vibratori che tengono sul comodino come fossero elettrodomestici o raccontare per filo e per segno le loro avventure sessuali, di Tinder e tutto il resto. Ognuno ha le proprie perversioni, la mia è osservare il narcisismo dilagante in rete negli ultimi anni. E mi diverto pure!

Sono convinta che ci sia un altro modo di comunicare, sia sul web che fuori dal web, che non implichi il mettere in piazza tutta la nostra vita. Ma facile dirlo quando non devi vendere nulla, i criceti che si fanno chiamare influencer devono portare a casa qualche spicciolo (perché la cosa triste è che tutta la fatica di cui sopra, la si fa per qualche prodotto gratis e pochissimi guadagni, a meno che tu non sia un influencer da 100.000 followers o più, e anche lì sei schiavo, perché rinunci a molta parte della tua vita privata in nome di un flusso di narrazione continuo della tua vita).

The Truman Show, influmarketing ante litteram
l’influmarketing previsto nel ’98 da The Truman Show

Mi piace credere che i vecchi e fuorimoda blog siano uno dei pochi baluardi di espressione genuina rimasti, dove non guadagnando nulla puoi esprimerti come vuoi, senza la censura che ormai c’è su tutti i social e l’autocensura che chi vive di promozioni si impone.

L’unico rischio è che nessuno ti legga. Ma questo è il rischio minore.

Costanza